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sabato 21 febbraio 2015

MA IO DOV'ERO??

Ma dov'ero io, prima di nascere? E cosa c'era qui, quando io non ero ancora nato? e ancora.. il papà e la mamma sono mai stati piccoli come me? E (soprattutto) io dov'ero?

Ma dov’ero io quando la mamma era una bambina e sognava di fare la ballerina?
O quando papà faceva i compiti o giocava a pallone e sperava di diventare un campione?

Dove stavo quando la nonna preparava la tavola di Natale con tanti dolci e candeline?
E dov’ero quando papà studiava le tabelline e non riusciva mai a ricordare quanto fa 8 per 7?

Io lo so. Ma non ve lo dico. 
È un segreto. 
Chi riesce a indovinare?

Dormivo ….. dentro la pancia della mamma.
In un angolino piccolo e caldo, per non fare rumore e non darle fastidio. Sapevo che doveva ancora giocare e io potevo aspettare.
Sentivo la mamma giocare e saltare e sognare che sarebbe diventata grande e avrebbe visto il mondo.
Poi la mamma è diventata una ragazza e voleva fare la ballerina e viaggiare e girare il mondo: e siamo stati a Roma a Parigi e New York a Las Vegas e a Nuova Dehli.
Io sempre buono buono, dentro la sua pancia sentivo i rumori del mondo: il traffico della città, e i clacson e i venditori del mercato; sentivo le gocce di pioggia che cadevano sull’asfalto della strada.
Poi è diventata una donna e ha scelto una grande città dove vivere
Ha trovato un lavoro importante e una grande casa luminosa dove vivere.
È stato allora che mi sono accorto quanto ero stanco di aspettare.
Finalmente un bel giorno l’ho sentito parlare.
Chiacchierava con un amico e ho sentito il suono della sua voce: non mi potevo sbagliare.
Ce l’ho messa tutta per farli incontrare…
.. è stato piuttosto complicato…
E quando finalmente si sono conosciuti
Non si sono più lasciati
Così sono finalmente uscito, per andarli ad incontrare. 
Non ne potevo più di stare ad aspettare.

E tu dov'eri quando la tua mamma preparava i vestiti alle sue bambole e il papà andava a giocare a biliardino?

mercoledì 15 ottobre 2014

PER CHI ARRIVA SEMPRE IN RITARDO A SCUOLA


Io e mia figlia Aurora arriviamo sempre in ritardo a scuola.

Lo so che non ci credete; pensate che io stia esagerando, ma vi assicuro che è proprio così. Ogni mattina Aurora  e io ce la mettiamo tutta, ma ogni giorno – quando arriviamo alla scuola – scopriamo che la campanella è già suonata e gli altri bambini, sono tutti seduti ai loro banchi. La maestra si è anche raccomandata: ce lo ha detto un sacco di volte. “Dovete svegliarvi prima!” ha detto. Ma non c’è niente da fare. Anche se ci svegliamo prima, io e Aurora – alla fine siamo sempre in ritardo.

Così ci ho pensato sopra ed ecco che mi è venuta un’idea bellissima. Il “Signor Quarto”, ho pensato! Come ho fatto a non pensarci prima?

Il signor Quarto abita in una piccola casetta ad est dell’orologio. Ogni mattina si sveglia, si lava e si veste e poi – puntuale come un semaforo – passa a chiamare il signor Otto.

Lui, il signor Otto, è un tizio cicciottello, che se ne starebbe seduto su una sedia senza muoversi per un’ora intera. Invece il signor Quarto, magrolino e nervoso, passa a chiamarlo, sempre alla stessa ora, tra il 14esimo e il 16esimo minuto; lo prende sotto braccio e lo costringe a uscire.

“Se usciamo quando passa il signor Quarto,” dico ad Aurora, “allora siamo salve.”

La settimana scorsa ci abbiamo provato.

“Dobbiamo andare?” Mi ha chiesto Aurora un paio di volte.

“Non preoccuparti,” Ho risposto serena. “Il signor Quarto si starà lavando i denti a quest’ora,” oppure “Adesso si starà vestendo.”

Ma poi, quando l’ho visto arrivare: “Presto Aurora, andiamo con lui.” Le ho gridato. E siamo uscite.

Non ci crederete, ma siamo arrivate in tempo e da quel giorno usciamo sempre insieme al signor Quarto, e non siamo più arrivate in ritardo una volta!

 

martedì 29 luglio 2014

IL PALLONCINO COL MAL DI PANCIA


Capita che i bambini di fronte a comportamenti sgradevoli o di atteggiamenti prepotenti da parte dei compagni, “mandino giu”. Alla lunga questo può produrre un fastidioso mal di pancia..
Si consiglia di raccontare utilizzando un palloncino vero. Il colore del personaggio sarà quello del palloncino che la mamma o il papà hanno tra le mani. Dopo averlo gonfiato solo il minimo perché possa rappresentare un piccolo personaggio, tenendolo tra le dita, il narratore inizia il racconto.

C’era una volta un piccolo palloncino azzurro; era morbido e gentile ed era molto. molto curioso: gli piaceva fare amicizia e salutare tutti quelli che incontrava.

“Buon giorno signor tavolo!”

“Buon giorno palloncino azzurro”

“Buon giorno signora sedia”

“Buon giorno palloncino azzurro”

“Buon giorno signora forchetta”

“Buon giorno palloncino azzurro”

“Buon giorno signor cucchiaio”

“Buon giorno a te, palloncino azzurro”

E avanti così. Un giorno però il palloncino azzurro incontrò un apriscatole che era molto antipatico.

“Buon giorno signor apriscatole,” disse il palloncino.

“Non ti voglio, palloncino azzurro. Vai via da qui.”

Il palloncino rimase male, ma siccome non sapeva che fare, se ne andò. Mentre si allontanava, il dispiacere che provava gli gonfiava la pancia e lo faceva diventava sempre più grande.

“Buon giorno signora forbice,” disse quando incontrò la forbice, ma anche lei era di cattivo umore e gli rispose male.

“Non è un buon giorno, palloncino azzurro: non ti voglio vedere.” E il palloncino si gonfiò di nuovo, sempre di più. Avrebbe voluto mettersi a piangere o dire qualcosa, ma rimase zitto e buttò tutto il suo dispiacere nella pancia.

Per fortuna poco dopo incontrò un bel bicchiere gentile.

“Buon giorno palloncino azzurro: come stai? Non mi sembri tanto contento…”

Il palloncino era diventato così grosso che non riusciva neppure a parlare. Guardò il bicchiere con i suoi occhi tristi.

“Oh palloncino..” disse il bicchiere, che aveva capito tutto. “Butta fuori tutto il tuo dispiacere e siediti qui con me che sono tuo amico. Il palloncino aprì la bocca e tutto il dispiacere che aveva nella pancia uscì fuori e il palloncino svolazzò nella stanza.

“Bravo,” disse ridendo il tuo amico bicchiere.  “Le cose tristi bisogna raccontarle agli amici, alle maestre e alle mamma e ai papà che ci aiutano a difenderci dai prepotenti.”

Da quella volta il palloncino capì la lezione e quando gli succedeva qualcosa che non gli andava bene, ne parlava con la sua mamma e con i suoi amici e non si gonfiò mai più

 

mercoledì 5 marzo 2014

IL PUPAZZO DI NEVE



Una favola per il naso.....


Stanotte ha nevicato. Quando Giacomo e Susanna si sono svegliati questa mattina, dalla finestra della loro camera hanno visto il giardino pieno di neve.
Che spettacolo! Si sono vestiti veloci e sono corsi fuori a giocare.
Vogliono fare un pupazzo di neve, più grande e più bello di quello che hanno fatto l’anno scorso.
Si mettono subito al lavoro.
Quando la mamma li chiama, il pupazzo è quasi finito.
“Svelta Susanna,” dice Giacomo. “Mancano solo gli occhi, il naso e la bocca.”
La bambina prende una grande carota e la sistema in mezzo alla faccia del pupazzo.
“Non ho i bottoni, per fare gli occhi,” dice.
“Non importa,” risponde Giacomo. “Li metteremo più tardi.”
I due fratellini corrono in casa.
Appena è solo, il pupazzo di neve prova il suo nuovo naso.
“Sniff, sniff, sniff. Che strano,” pensa. “Non sapevo che l’aria avesse un profumo.”
Ad ogni respiro, sente odori diversi: il primo è l’odore di resina che arriva da un pino.
Buono pensa il pupazzo, ma subito il suo naso è distratto dal profumo fresco di pulito che esce dalla camera da letto che mamma sta pulendo.
Mentre si gusta quel buon profumo, gli arriva l’odore forte del motore di un’automobile, che passa veloce.
“Cough, cough..” Tossisce il pupazzo di neve, quasi soffocato.
Ma ecco che nel vialetto arriva un buon profumo di rose e gelsomini: è il profumo della nonna, che è stata invitata per pranzo.
“Ciao nonna,” grida Giacomo. “Dov’è il nonno?”
“Lo so io,” pensa il pupazzo di neve. “È in fondo alla strada e porta un vassoio di pasticcini: sento il profumo a un chilometro di distanza.”
“A tavola” li chiama papà e mentre la famiglia pranza, il pupazzo di neve, dal suo posto in giardino sente passare gli odori più appetitosi: una teglia di lasagne che si riconosce per l’odore del pomodoro e della besciamella e un pollo arrosto con contorno di piselli e patatine fritte.
“Come sono fortunati questi bambini,” pensa il pupazzo.
“Scommetto che non faranno capricci e mangeranno tutto.”

domenica 14 luglio 2013

IL GATTO RODRIGO NON SAPEVA NUOTARE

Le paure dei bambini risultano spesso utili perchè proteggono i bambini da possibili pericoli.  Per i cuccioli più timorosi è però importanti compensare queste sensazioni con lo stimolo a rischiare almeno un pò e scoprire nuove possibilità

Il gatto Rodrigo odia l’acqua. Non gli piace neanche da bere: lui preferisce il latte.

Eppure quando i suoi amici fanno il bagno, lui vede quanto si divertono. Si tuffano, si schizzano, saltano sulle onde. Poi nuotano veloci o si immergono.

Rodrigo resta seduto nell’erba e li guarda.
“Rodrigo non viene?” Chiede il Rosso a suo fratello.
“Ha paura dell’acqua…” risponde quello.
I gatti dopo poco si dimenticano di lui e giocano felici.

Rodrigo invece si sente solo. La sera, dopo che tutti sono andati a dormire, lui esce silenzioso dalla sua casetta e si avvicina alla riva
Le onde chiacchierano tra loro. “C’è Rodrigo… C’è Rodrigo…”

“Parlate?” Chiede il gattino curioso.
“Ti aspettavamo.. Ti aspettavamo…Sali a bordo… Sali a bordo….”

Davanti a Rodrigo le onde sono disposte in fila; lui si fa coraggio e sale sulla groppa della più grande. Ecco che le onde partono, una dietro l’altra e lo portano in giro per il lago… Rodrigo si lascia trasportare, come su un motoscafo. “È bellissimo!!” dice contento.
“Preparati all’immersione..” dicono le onde: “Preparati all’immersione.

Ed ecco che Rodrigo sente l’onda che scende sotto le profondità del mare e corre veloce tra i pesce e le alghe e le conchiglie. Poi fuori – a respirare – e poi di nuovo sotto ad esplorare.

Rodrigo nuota con le onde finché la mamma lo chiama.
“Svegliati, Rodrigo.. è mattina.”

Rodrigo si strofina gli occhi: era tutto un sogno, eppure sembrava vero. “Mamma devo correre: vado nuotare… “

“Ma Rodrigo,” dice la mamma sorpresa. “Tu non sai nuotare.”

“Ho imparato stanotte,” le urla il micino e corre al mare con i suoi amici.

sabato 6 luglio 2013

LA GRANDE FAMIGLIA UMANA

Come sarebbe il mondo se pensassimo di essere tutti parte di un’unica grande famiglia?
Il pensiero dei bambini tende spesso a discriminare ed emarginare. È compito di ogni educatore insegnare l’importanza della solidarietà e dell’uguaglianza.

La casa di Martina ha un grande giardino pieno di fiori e a lei piace molto stare nell’erba a giocare. Le piacciono le farfalle e le coccinelle; le piacciono le formiche e anche le api, purché non si avvicinino troppo. Ma quello che Martina non può sopportare sono i ragni.

AAAAHHHH!!! Urla Martina, quando ne vede uno piccolo, piccolo. “Che c’è Martina?” Chiede papà quando la vede passare urlando.

“Ho visto un ragno: AIUTOOO!! Uccidilo.”

“Ma non ti fa niente.” Le spiega papà. “Il giardino è pieno di insetti di tutti i tipi: verdi, rossi, neri e gialli. Vieni con me.” Martina accetta solo perché papà la prende in braccio e le mostra tantissimi insetti, tutti diversi. Farfalle, falene, api, mosche e zanzare; e poi ragni e vermiciattoli e bruchi..

Martina li osserva: “Sono tantissimi..” Dice.
“Sì e sono tutti diversi. Ognuno ha il suo lavoro e tutti insieme sono la famiglia degli insetti.”

“Anche gli scarafaggi?” Chiede Martina.
“Sì.”
“Anche i millepiedi?”
“Sì.”
“Anche le cavallette e i grilli?”
“Sì.”
“Anche i calabroni?”
“Si e i cervi volanti e le lucciole e le cicale e i lombrichi.. La famiglia degli insetti è numerosa, come quella degli umani.”
“Ma che dici papà, noi non siamo diversi come gli insetti.”
“Pensaci bene: ci sono umani alti e umani bassi; umani grassi e umani magri..”

“È vero papà: ci sono umani di colori diversi..”
“Brava e ognuno di noi fa cose diverse. Eppure siamo la stessa famiglia e dobbiamo rispettare tutti. Hai capito adesso?”

“Sì, papà.” Dice Martina e pensa, io spero solo di non essere un ragno

sabato 29 giugno 2013

PER CHI NON VUOLE MANGIARE LA FRUTTA...

Le scelte dell'alimentazione rappresentano un elemento importante nell'educazione dei bambini, non solo perché regolano la dieta del bambino, ma anche perché mettono in atto un processo educativo basato sul rispetto e la cura di se. 
Le favole possono aiutare, velocizzando il lavoro del genitore

Una lucciola volava nel cielo buio della notte. Cercava qualche amico con cui giocare, ma incontrava solo lampioni e fari di macchine.

Quando si fu stancata, cercò un ramo dove sedersi a riposare. Spense la lucina che gli permetteva di vedere, cercò una foglia comoda su cui sdraiarsi e chiuse gli occhi; solo in quel momento si accorse di un vociare poco distante. Erano voci delicate e soavi di un gruppo di fatine.

La lucciola rimase in silenzio ad ascoltarle, senza farsi sentire.

“In quella casa vive un bambino buono: peccato che i suoi denti siano tutti rovinati perché non vuole mai la frutta, ma mangia tante caramelle,” diceva la prima voce.
“E come sono i suoi denti?”
“Neri e rovinati e non possiamo neanche aspettare di raccoglierli, perché gli si rompono da soli, quando sono ancora in bocca.”

“Povero piccolo,” pensò la lucciola. Lei sapeva bene che la frutta aiuta i cuccioli a crescere forti, con denti belli robusti. Allora – sempre senza accendere il lumino, si avvicinò alla finestra della camera di quel bambino. Sdraiato nel suo lettino il bambino non riusciva a dormire.

“Chi sei?” chiese il bambino vedendo la lucciola.
“Una lucciola del bosco e ti porto indono un desiderio. Che cosa vuoi?”
Il bambino rimase a bocca aperta. “Io.. io vorrei dormire bene: non riesco mai ad addormentarmi.”

“Allora ascoltami bene,” disse la lucciola. “Chiudi gli occhi e cerca di vedere davanti a te, quello che ti dico.”

Il bambino ubbidì e subito la lucciola si mise a raccontare una storia che parlava di fragole edi ciliegie, di more e di lamponi; parlò delle albicocche e dei kiwi, delle pesche, delle prugne, del melone e dell’anguria. Il bambino dormiva e i suoi sogni erano pieni di frutta dolce e colorata.

“Mamma,” urlò la mattina dopo, appena sveglio.
“Ho fatto un sogno bellissimo: una fatina è stata in camera mia stanotte e mi ha portato un sogno dolce e luminoso.”
“Goloso come una torta al cioccolato?” chiese la mamma.
“Niente affatto: gustoso come una grande macedonia di frutta.”

“Ottima idea,” disse la mamma contenta e corse subito in cucina a preparare la macedonia più buona del mondo.